Benvenuto  Accedi!

Cerca un libro

Le collane

Oggi puoi iniziare subito a leggere: basta un click!

I nostri eBook sono disponibili in diversi formati e sono distribuiti sui principali store online

Per saperne di più...

La vera storia di Nicolò Zen seguendo Tiziano e Tintoretto

24.11.2015
La vera storia di Nicolò Zen seguendo Tiziano e Tintoretto

Approfondimenti

Tutto inizia una domenica del 1996 al mercatino dell'antiquariato di Piazzola sul Brenta. A  terra una piccola tavoletta con il ritratto di un personaggio barbuto, il suo nome è riportato in una fascia alla base del dipinto: Nicolò Zen. Così inizia la storia, anzi, “La vera storia del riconoscimento”, questo il sottotitolo del libro “I ritratti di Nicolò Zen di Tiziano e Tintoretto” del montebellunese Mariano Sartor. Nel volume, edito da Terra Ferma, con la presentazione di Lionello Puppi, l'autore si trasforma in detective dell'arte, e accompagna il lettore in una intricata ed emozionante ricerca di riconoscimenti e attribuzioni nella Venezia del Cinquecento tra nobili e illustri artisti.

Quello che sembrava inizialmente un ritrattino privo di valore acquistato al mercatino dell'antiquariato, si rivela la chiave che permette di dare un nome al protagonista di un'opera di Tiziano, definita nella didascalia semplicemente con "Ritratto di nobiluomo" e ad un'opera di Tintoretto, ricordata come uno dei più bei ritratti eseguiti dal maestro veneziano, dove l'identità del personaggio restava sconosciuta.

In entrambi i casi, al centro, c'è il personaggio barbuto della tavoletta, il nobile Nicolò Zen. Il libro racconta questa ricerca, protrattasi per circa 15 anni tra archivi di Venezia e musei interpellando importantissimi e noti storici dell'arte come Federico Zeri, Lionello Puppi, il trevigiano Eugenio Manzato, il restauratore Antonio Bigolin. E la piccola tavoletta che ha scatenato tutte queste ricerche? Si tratta probabilmente dell’unico dipinto conosciuto di Emmanuel Amberger, il “fantomatico discepolo tedesco di Tiziano”, oggi conservata al Museo di Bassano. Non mancano i colpi di scena: Sartor confidò ad alcuni accademici la scoperta, ma una docente universitaria non si fece scrupolo di appropriarsene, scippandolo della paternità della ricerca. Anche questo è dettagliatamente raccontato.